Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

MONTEFALCO
Chiesa di San Francesco
Chiesa e convento di San Fortunato
Monastero di San Leonardo abate
Monastero di Santa Chiara da Montefalco
Santa Chiara della Croce da Montefalco
SANTA CHIARA DELLA CROCE DA MONTEFALCO

SANTA CHIARA DELLA CROCE DA MONTEFALCO

Corpo di Santa Chiara della Croce da Montefalco (1268 - 17 agosto 1308)


A anta Chiara della Croce nacque a Montefalco ( Perugia), nel 1268, da una famiglia benestante. Sin da piccola era solita immergersi nell’orazione e nella contemplazione di Gesù e della sua Passione, anche perché la sorella Giovanna, maggiore di circa diciotto anni, le era d’esempio nella dedizione alla preghiera e nel «tenere solitario il cuore», e nel 1271 entrò con un’amica in un piccolo reclusorio costruito da papà Damiano di Bengente, poco fuori il paese. Chiara aveva sei anni quando volle entrare anche lei nel reclusorio, e subito s’impegnò in lunghe preghiere, in penitenze e nei servizi comuni. L’esempio delle tre recluse, e particolarmente quelli di Giovanna e Chiara, attirò nuove aspiranti, tanto che il reclusorio divenne del tutto insufficiente. Allora papà Damiano iniziò a costruirne uno più capiente, in un luogo indicato dalla stessa Giovanna, dov’è l’attuale monastero di Santa Chiara.


Chiara si offrì volontaria per chiedere l’elemosina: scalza, il volto velato, uscì una decina di volte, accompagnata da una consorella, senza mai varcare la soglia di una casa, sempre ringraziando con un profondo inchino, sia quando riceveva l’elemosina sia quando riceveva un rifiuto o un insulto. Chiara fu grande penitente, servendo Dio con digiuni e preghiere. Ma le sue penitenze erano esclusivamente motivate dalla sua continua comunione col Cristo della Via Crucis, sino a sentirla fisicamente, sino ad applicarla in tutte le sue esperienze, anche fisiche. Essa si era formata sull’ammonimento della sorella Giovanna, la quale, all’inizio della loro esperienza comune nel reclusorio, ammoniva Chiara che tenesse sempre la mente in Dio e nella passione di Cristo.

Inizialmente la prima comunità viveva una vita eremitica, ispirata ad un misto di regole monastiche di San Benedetto, di Sant’Agostino e di San Francesco. Chiara, assistita spiritualmente dai padri francescani, era solita indossare un rude saio cinerizio.
Nel 1290 la comunità dovette scegliere una Regola e chiese e ottenne dal vescovo di Spoleto di adottare la Regola di Sant’Agostino, che da allora divenne la guida spirituale comunitaria della vita quotidiana, della preghiera comune, del lavoro, della correzione fraterna, dello spirito di povertà, di castità e di obbedienza, dell’interiorità e, in tutto e soprattutto, della carità fraterna delle sorelle «esalanti dalla santa convivenza il buon profumo di Cristo, non come serve sotto la legge, ma come donne libere sotto la grazia».

Chiara già da un paio d’anni era afflitta da una grave aridità: credeva di essere la peggiore delle creature, abbandonata da Dio, e come disperata e fu così per undici anni. Alla fine del 1291 morì la sorella e Chiara, nonostante le sue preghiere e le lacrime, fu eletta abbadessa e fu subito e sempre madre e maestra delle Sorelle. Fu durante una forte crisi spirituale, all’inizio del 1294, che Cristo le apparve portando una grande croce e le disse: “ Ho cercato un luogo forte per piantare questa croce; qui e non altrove l'ho trovato, se vuoi essere mia figlia, devi morire sulla croce”. Da quel momento Chiara sentì nel suo cuore sensibilmente e per sempre la croce.
Essa superò la prova col dono e l’esperienza dell’umiltà. Quanto questa fu profonda e semplice altrettanto lo furono i doni mistici e i doni di scienza e sapienza infusi nel suo cuore e nella sua mente. Benché illetterata, diventò centro di forti decisive esperienze spirituali, ma anche bibliche e teologiche, di moltissime persone di ogni estrazione sociale e culturale, compresi teologi, santi e grandi peccatori.
E fu solo Chiara che intuì chiaramente l’errore mortale del francescano fra’ Bentivenga da Gubbio, capo dello “Spirito di libertà”, un movimento pseudoreligioso in cui convivevano culture e istinti, mistica e lussuria. Tentò di attirare anche Chiara, ma essa lo smascherò e lo denunciò all’autorità ecclesiastica. Ma Chiara era anche tutta per i poveri, per i bisognosi nel corpo e nell’anima, per i perseguitati, per i giovani sbandati. Si adoperò, sia con la preghiera sia con interventi vari, per la pace spesso violata sia in Umbria che in Toscana. Chiara aveva molti doni straordinari, ma specialmente durante la prova, imparò l’umiltà dalle cose che patì e quindi portò la sua croce dietro a Gesù senza mai voltarsi indietro, senza più bisogno di conforti umani.

 

Morì verso le nove del 17 agosto 1308, lietamente: «Belglie, belglie, belglie vita eterna! Non mi si afà Signore, sì gran pagamento!». Le monache, decise a conservare il corpo, lo esentarono e il giorno dopo, ricordando il ritornello di Chiara: « Io ajo Jesu Cristo mio crocifisso entro lo core mio», aprirono il cuore e vi scoprirono i “segni” della Passione di Gesù, che nei giorni successivi furono esaminati da esperti civili e religiosi e ritenuti unanimemente miracolosi.

Tra il 1317 e il 1318 si svolse il processo apostolico ( 486 deposizioni). Il processo fu ripreso nel 1724 e Chiara venne chiamata ufficialmente Beata, ma ancora una volta la causa si arrestò. Fu concluso solo nel 1881. La canonizzazione avvenne in San Pietro l’ 8 dicembre 1881.


Chiesa di Santa Chiara: Croce-reliquario d’argento con i “Misteri della Passione di Cristo” rinvenuti nel cuore di Santa Chiara della Croce da Montefalco (particolare)

 

 


Paolo Rossi
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